L’oscuro tranello delle dipendenze

Dipendente o indipendente? Due risvolti della stessa problematica.

Dipendenza e ostentata indipendenza sono due facce della stessa medaglia, due polarità estreme che possono esprimere stadi fisiologici o disagi irrisolti dell’animo umano.

La capacità di sentirsi legati agli altri e la capacità di far da soli rappresentano, fisiologicamente, due fasi ben distinte della vita di ogni essere umano, infanzia e anzianità, e solo quando si manifestano in altri ambiti temporali divengono espressioni concrete di bisogni inespressi e/o di sofferenze irrisolte.

A tale proposito, credo risulti evidente per tutti che la dipendenza del neonato verso la madre, alla stregua del bisogno di respiro e di cibo, sia una necessità fisiologica primaria che esprime il bisogno di essere accompagnato e protetto in un mondo ignoto, apparentemente, gigantesco e irraggiungibile.

Al contrario, l’anziano, saggio esperto conoscitore della vita, ha la possibilità di sviluppare, vivendo, una pienezza intima e una sana libertà interiore che gli permettono di sentirsi un tutt’uno con gli altri anche quando solitario contempla il cielo; egli, comprendendo la vacuità delle cose della vita, genera un sano distacco dai falsi bisogni e, sganciandosi da quegli attaccamenti materiali e ideologici che hanno caratterizzato le sue rigidità, produce quella leggerezza necessaria per quel volo finale che simbolicamente esprime, nel mondo concreto, la totale indipendenza da ciò che è tangibile. Queste due estremità, la nascita e la morte, rappresentano analogicamente l’inizio e la fine di ogni esperienza e di ogni relazione che, insieme ai tempi intermedi, permettono di conoscere le diverse sfumature della vita. Le esperienze della vita non sono descrivibili con linee rette, ma necessitano di linee curve capaci di mettere in luce la mutevolezza dell’esistenza. Come il giorno e la notte, la vita è composta di momenti di entusiasmo e momenti di introspezione, di gioia e dolore e di mille altre sfumature meravigliose che, se vissute come perfette, possono insegnare cosa sia la vita.

Oggi siamo di fronte a molteplici manifestazioni di malsana dipendenza o ad esasperati tentativi di libertà: spasmodiche ricerche di aggrapparsi a qualcuno o a qualcosa e, al contrario, di svincolarsi da qualsiasi forma di legame che generi responsabilità o che possa richiedere sforzi.

Gli adulti che a 40 anni ancora vivono con la madre o che, al contrario, vivono senza relazioni stabili e profonde, sono all’ordine del giorno. Mentre nel primo caso il figlio si fa accudire come fosse un cucciolo e non impara a stare in piedi da sé, nella seconda situazione l’individuo perde la possibilità di mostrare la sua verità più intima e di avere un confronto quotidiano capace di smussare i suoi spigoli più duri.

Entrambe le situazioni sono segni di disagio di una società

  • che poco si confronta nella sfera affettivo-relazionale;
  • che poco esprime il proprio sentire o le proprie emozioni;
  • che poco tollera ciò che è diverso e che, così facendo, limita la libera espressione di tutti noi;
  • che, creando falsi bisogni, offusca i veri desideri dell’animo umano;
  • che tende a proporre standard educazionali uniformanti, anziché modelli personalizzati atti a favorire l’espressione delle peculiarità individuali;
  • che instilla nei genitori modelli di “figlio perfetto”, senza proporre modelli di ascolto e di stimolo nei confronti della specificità del singolo;
  • che prevede insegnanti idonei culturalmente e impreparati umanamente (relazione, comunicazione, espressione emotiva) all’arduo compito dell’insegnamento.

Ma è utile colpevolizzare la società? A mio avviso è meglio assumersi in prima persona piena responsabilità della situazione che ci circonda, comprendendo che la società è il riflesso di come coloro che la compongono si relazionano con se stessi e con gli altri. Questa presa di responsabilità aiuta a riequilibrare ogni forma di dipendenza in quanto permette di comprendere che la vita di ognuno di noi può non dipendere dai modelli esterni e che, al contrario, ognuno di noi può collaborare alla creazione di una società più vicina alla vera natura dell’uomo.

Eterno bambino. Dipendenza in agguato.

Se la fase della dipendenza fisiologica è stata mal vissuta, e ciò non significa necessariamente un errato contesto ma semplicemente uno specifico modo di registrarlo, può manifestarsi nella vita del bambino cresciuto la necessità di colmare questo ancestrale bisogno insoddisfatto. Ciò può concretizzarsi nel sano desiderio di riequilibrare questo vuoto oppure può generare atteggiamenti di dipendenza di diversa natura. Queste manifestazioni, evidenti in diversi ambiti della vita, esprimono comunque il tentativo disperato di risolvere antiche sofferenze.

Convincersi del proprio sentirsi solo e senza quella radice genitoriale sulla quale appoggiarsi e attraverso la quale nutrirsi, può generare una distonica percezione di sé, fino a produrre l’incapacità di relazionarsi con la vita; questo vissuto interiore può esplicitarsi attraverso varie dipendenze che, in qualche modo, donano felicità, forza e stabilità effimere e irreali, finendo per produrre dei veri e propri “morti viventi”.

La difficoltà di divenire adulti e di assumersi le relative responsabilità è quindi strettamente connessa alle grandi dipendenze che, essendo vere e proprie stampelle, creano condizioni croniche e impediscono di fortificare i propri punti deboli, limitando la possibilità di sperimentare la vita.

Alcool, droga, fumo e eccitanti in genere, costituiscono le dipendenze più evidenti, ma non sono da trascurare quelle più comuni come il cibo, la televisione, la sfera sessuale, la lettura, i giochi elettronici, il lavoro e taluni schemi comportamentali e ideologici. Tutto ciò che viene utilizzato per impedirsi di affrontare la propria difficoltà, per evitare di accogliere o affrontare la situazione, per sfuggire al confronto con gli altri o con se stessi, indipendentemente dal fatto che ecciti o che crei analgesia, è da considerarsi un surrogato che esprime un bisogno di fuga e una debolezza caratteriale e che, creando mancato allenamento alla vita, impedisce di verificare la propria forza, le proprie capacità e inibisce la forza di volontà capace di generare impegno nella propria vita.

Come il bambino frustrato anche l’inesperto, al quale è stata limitata o impedita l’esperienza (paure, timori, protezionismo, possessività) per evitargli dolori o difficoltà, non consentendogli quindi di acquisire gli strumenti esperienziali, diverrà incapace di affrontare le diverse situazioni offerte dalla vita. In questo caso l’adulto dipendente corrisponde perfettamente a ciò che mamma e papà hanno creato: una compagnia, un sostegno, un amico ma non certo un nuovo seme che, grazie al vento, potrà trovare la sua strada e il suo posto per riprodursi.

Genitore attento. Probabile prevenzione.

In qualità di genitore, prevenire le dipendenze significa anche osservare la propria interazione con la vita e con ciò che la compone. Riuscire a considerare la propria incapacità come un proprio limite e non come un problema irrisolvibile del contesto significa imparare a sperimentarsi con la vita e, prima ancora di insegnarlo ai propri figli, impegnarsi a cercare di scorgere il lato educativo di ogni esperienza al di là della percezione piacevole o spiacevole.

Desideroso di aiutare il proprio figlio a raffrontarsi con se stesso e con gli altri, il genitore può confrontarsi con la propria capacità di nutrirlo affettivamente, di ascoltarlo fino a comprenderlo, con il proprio bisogno di possederlo e di proteggerlo ad oltranza fino ad impedirgli di acquisire sicurezza nelle proprie capacità e con tutto ciò che, in qualche modo, ha proiettato su di lui.

Fatto ciò comprenderà che il figlio, in qualità di frutto, ha necessità di fare la sua esperienza per fortificarsi e per acquisire quelle capacità che gli permetteranno, in futuro, di sostenere i suoi frutti. “…Ricordo momenti difficili in cui portavo mia figlia di sei anni a pallacanestro. Lei era desiderosa di imparare e di stare con gli altri bambini. Nonostante le sue difficoltà motorie e linguistiche, non temeva il confronto e manteneva una motivazione elevata. Gli scherni dei compagni però rendevano difficile a me quell’esperienza, mi sembrava di lasciare mia figlia nella tana del leone, senza protezione e senza amore. Venivo via in lacrime, convinta che così facendo avrei permesso a lei di crescere attraverso l’esperienza, di fortificarsi attraverso il superamento del dolore e della difficoltà del momento, di onorare i propri desideri e di divenire creatore della propria vita indipendentemente dagli stimoli esterni… Oggi ha 8 anni, è una bambina coraggiosa che svolge tantissime attività motorie, possiede una volontà di ferro che tutti i giorni le permette di impegnarsi ad acquisire quanto per altri è semplice e scontato. Anche io, mamma, sono più forte, ho imparato a permetterle di provarci, a concentrarmi sulle conquiste anziché sulle difficoltà, a rispettare la sua natura e quant’altro… Spero così facendo di contribuire alla sua libertà di vivere e di sostenerla nel raggiungimento delle sue mete…”

La disciplina fortifica il carattere. L’uomo forte interiormente è un uomo libero.

Imparare ad identificare profondamente quelle sane regole comportamentali e umane capaci di costruire un vivere che rispetti la propria natura interiore e, di conseguenza, quella degli altri e costruire la volontà per rispettarle; acquisire una sana disciplina alimentare senza rimanere ingabbiati in essa; impegnarsi spiritualmente ad onorare la vita senza accanirsi nel proprio piccolo punto di vista; impegnarsi coerentemente nel rispetto dei propri pensieri senza irrigidirsi; impegnarsi nei progetti intrapresi senza perdersi in essi… e quant’altro crei una struttura portante, aiuti a rispettare gli impegni presi con se stessi e con gli altri, fortifica il carattere e protegge dalle dipendenze.

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